Umanitarismo strumentale e cultura del sottosviluppo

campo-del-papavero-da-oppio-papaver-somniferum-31225784Pubblichiamo e diffondiamo volentieri un articolo, uscito in questi giorni sulla webzine “Kultural”, dal titolo “L’umanitarismo strumentale e la cultura del sottosviluppo”, a cura di Savino Stella. Sono parole intense, una testimonianza dal cuore del problema della dipendenza. Forse si potrà discutere su alcune parti dell’articolo, ad esempio quelle relative ai cannabinoidi (anche se il paragone con i danni causati sinora da alcol e sigarette regge, eccome..), ma certamente Stella va a toccare uno dei tasti dolenti della nostra società. Le sostanze stupefacenti circolano in modo preoccupante e continuano a ritagliarsi nuovi spazi e nicchie di mercato e contro tutto questo la società mostra sovente un agghiacciante lassismo, una noncuranza strutturale. Sarebbe necessario tornare alla radice del problema, come educatori e come cittadini, e ripensare dal principio tutto il sistema che continua a mantenere questa orribile “cultura del sottosviluppo”. Buona lettura.

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La droga è il trionfo del difetto, la speranza di chi non ha più speranze.

 
Da tempo, numerose nazioni hanno adottato provvedimenti legislativi per la lotta al mercato degli stupefacenti, ma il rafforzamento graduale della repressione non ha sinora inciampato i circuiti dei trafficanti, né l’ondata di tossicomania iniziata nel secolo scorso. 
Il dramma del junkie americano o del camé parigino è internazionale, perché l’eroina che iniettano nelle loro vene arriva dal Messico, dalla Birmania, dalle coltivazioni di papavero del Laos. È quindi un problema geopolitico, che ancora oggi rappresenta il mezzo di sostegno economico per vari popoli. In una misura simile la lotta alle droghe, che nei paesi vittime di tossicomania vorrebbe improntarsi a un risanamento sociale, assume l’aspetto di un severo attacco ad alcune categorie umane. 
In concreto, le grandi manovre dell’oppio si svolgono nelle cancellerie, nelle assemblee degli organigrammi di controllo diplomatico, nelle istituzioni prima che nei villaggi della giungla, nei postriboli e nei vicoli di periferia. Il termine stesso “drogato” va spogliato del carattere emotivo di cui lo si carica. A lungo, in passato, una certa propaganda ha associato il consumatore di sostanze stupefacenti ad hippies e provocatori, facendo di tutta l’erba un fascio, e bollando il capellone come disturbatore di un ordine non meglio stabilito. Per giunta, l’intossicato veniva messo sullo stesso piano del trafficante, quasi fosse possibile definire alcolizzato chi beve di tanto in tanto – o con regolarità – un paio di birre con gli amici. 
La presenza di un concetto così impreciso ha permesso di creare confusioni di comodo, evitando la distinzione fra canapa e cocaina, oppio e allucinogeni. La massa si è dunque fatta l’idea di un legame ovvio tra lo spinello e l’iniezione di eroina. Insomma: dal vizio alle tendenze suicide, l’ignoranza ha il più permeabile dei terreni per radicare, e intreccia relazioni immediate benché le cose siano distanti. Questa semplificazione ha agevolato i trafficanti, perché mentre gli specialisti predicavano nel deserto e le forze dell’ordine si impegnavano nella caccia ai corrieri dell’hashish e altre sostanze, nelle città arrivavano valigie cariche di quel veleno mortale che è l’eroina. 

L’eroina crea uno stato di dipendenza psicofisica che rende rapidamente schiavi, tant’è spacciatori e loro accoliti possono contare su un mercato stabile. 
Una ricerca datata ma non passibile di smentite, stabilisce che «non è stato riscontrato alcun effetto nocivo sulla salute nei soggetti che usano la marijuana con moderazione, né l’uso sollecita il consumo di altre droghe». Era un rapporto del 22 marzo 1972, per quanto sembri stilato l’altro ieri, e in una postilla raccomandava di continuare a perseguire chi lucrava sulla vendita del prodotto, il che non manca di uno spirito gesuita. 
Il misfatto della marijuana è basato più sulla fantasia che sui fatti, basta confrontare il guaio creato da eccitanti come le sigarette o l’alcool, molto più tossici della semplice erba. Quando si assumerà un atteggiamento adeguato alla misura dei rischi, si potrà forse progredire nella lotta contro l’abuso delle droghe davvero dannose. 

La diacetilmorfina è un alcaloide ricavato scaldando una miscela di morfina e acido acetico, messo in commercio nel 1898 dalla Bayer, e il suo uso si diffuse dovunque grazie alle proprietà analgesiche dieci volte superiori alla morfina pura. Purtroppo, aveva una pesante controindicazione: creava in breve tempo dipendenza, e già alla fine della seconda guerra mondiale nei soli Stati Uniti vi erano oltre 200.000 eroinomani. L’eroina diviene una questione internazionale appena comincia a mietere vittime nella classe media, ossia fra i ragazzi che vivono nei quartieri borghesi e tranquilli dei grandi centri urbani. È il segnale di un cancro della civilizzazione, imputabile anche al cambiamento dello stile di vita ed alle opportunità economiche, ma soprattutto a quelle sociali. 
La scomparsa progressiva dei divieti e la disgregazione dei nuclei familiari tradizionali ha inoltre influito sulla cultura, contribuendo a montare un’insaziabile domanda fra i consumatori e aprire ai nuovi prodotti nuovi e più vasti orizzonti. 
«Ti senti fluttuare,» spiega un ragazzo che segue un programma di disintossicazione, «non vedi più gli sguardi ostili della folla, dimentichi i problemi, ed è una pace straordinaria», il corpo però si assuefa in fretta. Di natura mite e pacifica, in privazione forzata l’eroinomane può diventare pericoloso, pronto a tutto: rubare, aggredire, e qualcuno persino uccidere. Secondo le ultime stime, un buon 40% dei crimini nelle metropoli americane è collegato all’abuso delle sostanze più forti. 

Nel mondo si raccolgono ogni anno migliaia di tonnellate d’oppio, di cui solo metà va all’industria farmaceutica; il resto si eclissa sul mercato clandestino. I trafficanti attingono a due fonti diverse: 
1) I paesi dove la coltivazione del papavero è legale, ma per quanto controllata una parte sfugge alle autorità; 
2) Le zone in cui coltivare il papavero è illegale, ma non hanno i mezzi materiali e politici (o la volontà) di far rispettare il divieto. 
Va detto che nessun controllo, neanche il più rigoroso, è sufficiente a evitare le sottrazioni, se si pensa allo squilibrio di prezzo tra mercato legale e clandestino. Le bande che gestiscono la rete dei traffici, da parte loro, sono ben organizzate: hanno contatti dappertutto, appoggi politici e notevoli risorse finanziarie, coperture e un’immaginazione inesauribile. 
Appena le forze di polizia sperimentano qualche nuovo dispositivo, subito i trafficanti si ingegnano per neutralizzarlo. È il gioco del gatto e il topo, che però qui oppone agenti e malfattori. 

C’è una vicenda a riguardo, riportata da illustri autori – Lamberti e Lamour – che narra in modo un po’ romanzesco, ma chiaro, come funzionano i circuiti di quell’universo parallelo. 
«È giovedì 8 ottobre 1964 nei pressi di Aubagne, un piccolo centro alla periferia di Marsiglia. Le forze dell’ordine hanno appena colto in flagrante uno dei pochi chimici capaci di fabbricare eroina pura al 98%. Joseph Cesari, Jo per gli amici, da anni gode la fiducia delle organizzazione della malavita, tutti si rivolgono a lui per quell’operazione semplice quanto delicata. In apparenza non sembra un lavoro così complesso; si può svolgere persino in una stanza da bagno, scaldando a bagnomaria a 85° e per sei ore un misto di anidride acetica e morfina-base. Poi, occorre procedere a varie depurazioni fino a che la sostanza non sarà precipitata sottoforma di cristalli, diventando solubile in acqua, e tanto più pregiata quanto più bianca. 
L’anidride acetica è molto corrosiva, attacca il derma e i polmoni, dunque senza certe precauzioni il chimico stesso rischia di intossicarsi. Cesari faceva attenzione alla propria salute, ed altrettanta alla sua sicurezza: ci vollero oltre due anni di pedinamenti prima di venire a capo della matassa che egli, e chi lo spalleggiava, aveva tessuto. Si assentava dal proprio domicilio per vari giorni, ma da nessuna parte se ne trovavano tracce. Era sospettoso e abilissimo: se andava in qualche luogo, curava di aver ogni cautela per eludere eventuali inseguitori.  

In auto schiacciava all’improvviso l’acceleratore, poi si fermava di colpo, scendeva, e osservava ogni automobile che lo sorpassava; faceva parecchie volte il giro degli isolati, poi entrava in una strada senza uscita, ne usciva, e posteggiava. Una volta sceso, spariva in un luogo che la narcotici mise sei mesi a individuare: un vicolo cieco al cui termine stava una villa, il Clos St-Antoine, immersa in un fitto boschetto. Vi sono innumerevoli vie di fuga, ma anche rischi. Per quattro giorni infatti gli agenti restano accovacciati nei dintorni e non si trovano a loro agio, dato che la stagione di caccia è nel suo pieno svolgimento, e – colmo della sventura – la Legione Straniera sta effettuando una serie di manovre nei dintorni. La notte dell’otto ottobre si vedranno due individui saltar fuori da un cespuglio e darsela a gambe, inseguiti “da due cani poliziotti più di noi” diranno ai loro colleghi un paio di agenti. 
Quando questi ultimi sono certi che il laboratorio è in piena attività, decidono di fare irruzione. La casa è impregnata dell’odore stagnante di aceto, e durante la perquisizione la squadra scopre addirittura cento chili di eroina pronta per la spedizione, e altrettanta in corso di trasformazione. L’attrezzatura che Joseph Cesari usava era piuttosto modesta, eppure riusciva a produrre il doppio degli altri laboratori. 
Un suo emissario, Achille Ecchini, venne preso con 115 kg di eroina infilata in pelli di capra. Cesari fu condannato a sette anni di carcere, ma qualche mese più tardi riprese l’attività.  
Era un tipo senza uguali, racconta un poliziotto che aveva partecipato alla cattura. Da autodidatta, quel mestiere l’aveva imparato da solo. Il fratellastro, Dominique Albertini, gli aveva dato i rudimenti, ma lui aveva fatto ricerche per conto suo, per perfezionarsi. Era un grande appassionato d’arte e di libri in edizione numerata, e nella villa di Aubagne possedeva pezzi rari.  
I nostri rapporti si sono mantenuti sempre cortesi. Dopo l’arresto ha persino proposto di metterci in società per allestire un nuovo laboratorio».  

La Polizia ha sempre avuto fra le sue fila infiltrati di notevoli capacità, e per quanto i malfattori ne annusassero quasi la presenza, non facevano una piega. Forse non per simpatia, bensì per una specie di rispetto reciproco fra i banditi e chi li bracca, che da ambo le parti riconosce qualità all’avversario. 
Grazie agli appoggi politici però il palcoscenico varia. La droga arriva ancora tramite corrieri strani o poco sospettabili, bislacchi – falsi gobbi, donne incinta, cadaveri, bambole, scatole di conserva, filigrana di banconote, rilegature di libri, fodere, gomme d’automobile –, ma quando transita in valigie o in bagagli di ambasciatori è più difficile da fermare.  
La via tradizionale dei turchi e dei corsi, le pelli di zigrino laotiane, l’indistruttibile papavero thai, il punto nero di Hong-Kong (città costruita sull’oppio), la latin-american connection, la birman way con il pretesto della passività di Rangun – dove coi soldi è possibile fare tutto – sono ancora attive ma l’eden dei trafficanti ha spostato il baricentro, alzando il tiro grazie al pedigree dei garanti. 

L’umanitarismo, da allora, è una struttura di contrasto di facciata, che con la coltura del sottosviluppo offre a regioni in apparenza accusate di esportare il male, l’opportunità di giustificare sia la sopravvivenza di reali economie, sia quella di continuare a lucrare sulla crociata per la soppressione del papavero. Che ha un tentacolo lungo quanto la connessione fra tossicomanie e interessi privati.  
L’eroina e non soltanto, infatti, sono il prodotto di un sistema capitalistico decadente, eppure saldo nel suo proposito: concentrare gli sforzi dei dirigenti delle nazioni più colpite dal flagello sul contenimento di quella piaga entro i limiti compatibili col sistema sociale. In tal modo si può esser certi che questa si vada conservando, e che aggiunta a razzismo, povertà, ingiustizie e altri problemi insolubili che non ci si stanca di denunciare, porti il popolo a rassegnarsi a viverci in mezzo.”

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